a cura di
FIESA Confesercenti

Quaderni
del commercio, turismo,servizi

Imprese, prodotti, competitività
Le PMI alimentari a 2000 giorni dal 2000

PREFAZIONE

Luglio 1994. Nel momento in cui licenzio questa mia prefazione al bel volume di Gaetano Pergamo:

  • l'Istat non ha ancora completato la pubblicazione dei dati concernenti il Censimento dell'industria e dei servizi 1991: un edizione definitiva riguarda solo le maggiori imprese, e cioè un insieme di poco più di 200.000 su un totale di 3,3 milioni di aziende;

  • il Ministero dell'Industria è fermo - per quanto riguarda l'evoluzione del sistema distributivo italiano - a prima del sempre più fatidico 1991: solo per i supermercati, i grandi magazzini et similia i dati sono un pò più freschi;

  • manca ogni indicazione sulla struttura del mondo artigiano. L'abolizione delle Mutue sarà stata anche gran cosa sotto il profilo politico: certo ha impedito che una realtà così complessa come quella dei trecento e passa mestieri venisse portata, anno dopo anno, a conscenza del pubblico. All'interno del calderone Inps quelle imprese familiari perdono la loro identità sociologica. E, per quanto concerne la rete Cerved, ossia l'elenco delle ditte iscritte alle Camere di Commercio, siamo ancora al 1988.

In una siffatta situazione, che documenta come la cultura italiana, nonostante declamazioni rituali, continui a disprezzare le piccole imprese fa bene Gaetano Pergamo a ribadirne, con questo volume, l'insostituibile funzione. Soprattutto nel momento in cui una felice ondata di ideologia liberista si è abbattuta sul nostro paese sembra necessario sottolineare che la piccola impresa è l'incarnazione del liberismo. Non occorre infatti essere marxisti per capire che la grande impresa è sempre un'impresa di Stato: sia perchè ha la forza di imporre i propri prezzi al mercato sia per la somma di aiuti strappati al potere pubblico. La piccola impresa, invece, non riesce ad imporre un bel niente. Non è facitrice di prezzi (price maker, come dicono gli anglosassoni) perchè se li ritrova imposti dal mercato e ne è quindi ricevitrice, price taker. Basta registrare la velocità con cui le piccole imprese nascono e muoiono, muoiono e nascono per rendersi conto che la libertà e impresa familiare sono la stessa cosa.
Talvolta, durante crisi recessive come quella attraversata dall'Italia negli ultimi anni, nasce il dubbio se la piccola impresa sia attrezzata per resistere a sconquassi di tanta portata. E si nota magari - non senza qualche punta di compiacimento - che le aziende individuali presentano i più alti tassi di cancellazione, a paragone delle società di capitali e persone. Qui bisogna però distinguere. Che una crisi come quella degli ultimi tre anni abbia travolto un certo numero di imprese è fatale: risorgeranno, con i migliori tempi dell'economia, ma il passaggio da conduzioni individuali a conduzioni societarie non c'entra con la crisi della piccola impresa che resta tale anche quando cambia casacca giuridica. C'entra con la crisi morale di un sistema che insegna anche ai piccoli le malizie fiscali un tempo appannaggio solo delle ditte più grandi. Che una ditta individuale diventi spa o srl non dimostra la superiorità della grande impresa sulla piccola. Tanto è vero che basta aprire Movimprese 1993 per rendersi conto che mentre al 97,9% delle imprese individuali registrate nella rete Cerved corrisponde un esercizio in piena attività, altrettanto può dirsi solo per il 66,8% delle società. In particolare i fallimenti (41.381 su 540.562 ditte iscritte) sono più numerosi tra le società che tra le ditte individuali dove ammontano a 34.698 su 2.293.069. Queste cifre dimostrano solo l'imbecillità di chi ci governa e non comprende che le radici di un'economia prospera stanno proprio negli orgogli individuali.
E' probabile che in questi anni le piccole imprese abbiano raggiunto, in Italia, la loro massima espansione. Non si fanno più figli, si stringono meno matrimoni e un sottofondo demografico di questo tipo non può non avere ripercussioni sull'impresa familiare. Ma ha ragione Pergamo di domandarsi fino a qual punto la produttività possa essere contata in sole lire all'interno di un settore come quello alimentare-distributivo dove la qualità dei servizi resi al consumatore serve a sottolineare la qualità delle merci vendute. Venti o venticinque anni fa, allorchè il nostro apparato distributivo conosceva sensazionali incrementi, mentre nel resto d'Europa e oltre Atlantico il numero dei punti vendita diminuiva rapidamente, un gruppo di studiosi lanciò addirittura una formula ("il caso italiano") per sostenere che la nostra situazione era una mera conseguenza dell'applicazione di tecniche mafiose di potere. Sfuggiva, a quegli studiosi, che l'aumento dei negozi era strettamente legato alla loro specializzazione, che il loro proliferare era anche la conseguenza di un particolare radicamento nel territorio: e che, in ogni caso, gli altri paesi che avevano attuato una politica di così profonda ristrutturazione dell'apparato commerciale non per questo avevano distribuito ai consumatori gli utili dell'operazione. Oggi la ristrutturazione degli esercizi commerciali procede secondo ritmi alquanto diversi. Persino negli Stati Uniti, il Census of Retail Trade segnala un aumento delle groceries - le classiche botteghe alimentari indifferenziate - da 179.000 a 197.000 fra il 1977 e il 1987: mentre i negozi alimentari specializzati aumentano anch'essi da 73.000 a 93.000. Potenza dei rapporti mafiosi tra politica e commercio anche nella democrazia a stelle e strisce?
Consoliamoci con gli ultimi dati forniti da Economie et statistique (1993 n. 7). Nel 1991, in tutta la Comunità Economica Europea, l'Italia è al terzo posto per quanto concerne la densità di negozi al dettaglio. Ne abbiamo 171 per ogni 10.000 abitanti, contro gli 81 del Regno Unito e gli 80 dei Paesi Bassi. Solo il Portogallo e la Grecia hanno una densità superiore alla nostra.
Però quando si vanno a tirare le somme si scopre che ad ogni persona occupata nel commercio corrispondono in Italia 96.000 Ecu, contro i 92.000 del Regno Unito e gli 87.000 dei Paesi Bassi. E allora?

                                             Corrado Barberis
                                         dell'Università di Roma
                                  Presidente dell'Istituto Nazionale
                                           di Sociologia Rurale