Tre domande a...

Ersilio Tonini
vescovo emerito di Ravenna


La manipolazione del patrimonio genetico di piante e animali a scopo alimentare è moralmente lecita per la chiesa cattolica?

Nulla è male se non nel caso in cui possa recare gravi danni alla vita umana. La misura è sempre una sola: la dignità della persona umana. Kant diceva che di tutte le cose che incontriamo alcune hanno un prezzo, altre hanno una dignità. Le cose che hanno un prezzo si possono cambiare, sostituire, vendere, comprare. Invece le cose che hanno una dignità sono un fine e quindi sono la misura con cui si compiono le nostre azioni. Qualsiasi mutazione di cui si è sicuri che giovi alla vita umana non solo non è male, ma è da benedire, insomma. Qual è il criterio? Il criterio è che i tecnici e gli scienziati devono dare garanzie che ogni prodotto, ogni innovazione che portano sia a giovamento e non a danno della vita umana. Questo è il punto: la misura dipende dalla resa, e a dare un giudizio sono i tecnici.

Quali sono i limiti eticamente invalicabili nella ricerca e nella sperimentazione sul patrimonio genetico degli esseri viventi?

Nel mondo subumano non ci sono limiti, se non il vantaggio o lo svantaggio, il rischio che possono portare alla vita umana: questo è l'unico criterio. Si possono fare tutte le sperimentazioni, a meno che non portino gravi danni. Un esempio è quello dello storione: si è riusciti a produrne un tipo un po' più piccolo di quello naturale, che però mi pare si riproduca più volte all'anno. È risultato però che è talmente feroce da mettere a rischio davvero la sicurezza, la vitalità dei mari di tutto il mondo. È talmente violento che hanno dovuto creare delle barriere per impedire che si espanda. Però si sa bene che nel caso che riuscisse per davvero a infrangere queste barriere, chiaramente sarebbe un rischio mortale per tutto il contesto marino. Questo sarebbe un danno enorme, questo sarebbe veramente illecito. Ecco perché il mondo politico – inteso come l'insieme delle persone che hanno il compito di vigilare affinché tutto quanto si produce e s'inventa sia sempre a miglioramento della vita umana e non a sua rovina – ha un'enorme responsabilità.

In quali termini andrebbe impostata una pastorale dell'alimentazione, da un lato rispetto alla tragedia della fame nel mondo e dall'altro alla luce delle scoperte biotecnologiche?

Qui interviene un secondo principio fondamentale che fa parte della nostra civiltà: il criterio di comportamento degli uomini non è soltanto la competitività, come si tenta di far credere adesso. La competizione ha un limite, che rispetti sempre l'appartenenza di ogni uomo all'intera umanità. Pensare che il più potente, il più ricco, quello che ha maggiori mezzi possa prevalere sul resto del mondo, possa arricchirsi a costo di affamare gli altri, questo veramente è disonestà totale. Questo è evidente. Perché allora è necessario un controllo dell'economia mondiale? Ce ne rendiamo ben conto adesso: quando si parla di mercato globale s'intende proprio questo. È vero che le tecnologie da una parte e i mass media dall'altra consentono oggi al mondo intero di svilupparsi. Ciò avviene anche perché il cosiddetto Primo mondo, riuscendo a produrre in un giorno tutto ciò che una volta produceva in un mese, è costretto per forza di cose a trovare nuovi sbocchi di mercato. Ecco perché l'economia sta diventando mondiale. In altre parole: il Primo mondo ha bisogno del Quarto e Quinto mondo per sopravvivere. Questo è uno degli stimoli più straordinari a far sì che oggi anche i continenti dominati dalla miseria via via risentano di questo sviluppo. Però anche questo sviluppo è nel vantaggio di tutti sempre che sia utilizzato non ai fini di sfruttare, di lasciare nella miseria, ma al fine di elevare tutti i popoli. In una parola: l'appartenenza dell'uomo a tutta l'umanità è il secondo criterio morale. Ogni uomo è il fine, ma allora nella vita umana, come nella vita di famiglia, è moralmente disonesto lo sviluppo di una parte sola del mondo a danno dell'altra. Dopo di che avviene, tra l'altro, quel che vediamo verificarsi adesso: il Quarto e Quinto mondo abbandonati, da un giorno all'altro la disperazione ce li fa diventare nemici, nasce quell'insicurezza che poi anche sul piano economico diventa controproducente. Se non entriamo in questo equilibrio mondiale siamo costretti per davvero a pensare non più solo regionalmente. Anche le patrie: ci si deve rendere conto che non c'è più alcuna monoappartenenza, ci apparteniamo totalmente oggi. Ce ne rendiamo conto, perché basta un folle in Afghanistan per mettere a rischio l'America, e con l'America il mondo intero. Siamo costretti a volerci bene a ogni costo. Dobbiamo riuscirci, non si può aspettare che vengano le vendette, che vengano le rivalse per dire che dobbiamo pensare al Quarto e Quinto mondo. Ecco perché l'educazione deve far presentire. L'educazione è sempre profetica, è il mezzo che costa meno per rimediare a danni infiniti e preparare un futuro migliore per tutti. E risparmia guerre e dà la consolazione della fraternità.